I passi di mia madre, di Elena Mearini
Creare una realtà alternativa nella quale una madre non abbandona ma fugge perché non può fare altrimenti. Dare forma a una storia diversa, a un passato così simile a una possibile verità da apparire quasi tangibile.
Questa è la storia di Agata, la narratrice de “I passi di mia madre” (Morellini editore), e – per l’appunto – di sua madre.

È la storia di una figlia ormai adulta che va in cerca di colei che, pur avendole donato la vita, un giorno ha sbattuto dietro di sé la porta di casa e non è più tornata.
È la storia di un’altra vita, quella che nasce e cresce dopo un abbandono, dopo un legame spezzato, dopo un dolore incapace di dare risposte ma che dura un’intera esistenza.
“Da lì in avanti fu tutta un’attesa, uno stare fermi al binario dei treni invisibili, dove il fischio della locomotiva illude le orecchie e inganna gli occhi.“
Pagina dopo pagina, Agata ricostruisce i passi di sua madre “dopo di lei”: le strade percorse, i rifugi, i silenzi, le paure.
In un monologo che sempre più sfocia nel dialogo della mente, Elena Mearini crea un racconto singolare, dando voce a due donne così simili fra loro quanto distanti nel tempo, due facce della stessa medaglia che, in epoche differenti, si sono piegate al giogo della vita, apparentemente incapaci di reagire alle delusioni ed alle salite più impervie.
I passi di mia madre è un romanzo intimo e sommesso, che svela i personaggi a poco a poco nelle loro fragilità, nei loro giorni bui e in quelli di luce, nelle cadute e nelle rinascite.
“Amami, così smetto di farti spavento.“